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Lo chiamavano “testa di mestruo”

La prima briciola era caduta per caso. Aveva allungato le gambe cercando di sciogliere i muscoli: era troppo caldo per alzarsi e sgranchirsele. Per tornare in giardino avrebbe dovuto compiere trecentoventisette passi, saltare quindici buche, evitare un numero variabile di cacche di cane. Nei giorni particolarmente sfortunati, durante il tragitto si sarebbero palesati anche gli altri, non amava chiamarli per nome, perché anche loro non lo facevano. Usavano dei nomignoli che pronunciavano con un certo disprezzo, con una voce simile al sibilo di un serpente, allo squittio di un topo. Non era importante ciò che dicevano, ma il fatto che stessero provando a farlo. Lo odiavano nella maniera in cui si disprezza la merda di cane, la fanghiglia stantia di una buca. E lui, visto che era generoso, ricambiava tutti con lo stesso disgusto.

La prima briciola, dunque, era caduta per caso, mentre allungava le gambe. Stava alzando le braccia, con le braccia le mani. Tra le dita il pane: l’ultimo cantuccio di una ciabatta senza ripieno. Si mangiava più aria che altro, e quell’aria gli gonfiava la pancia. C’era il sole, nessuna brezza tra i capelli che alla luce naturale sembravano ancora più rossi. Erano arruffati, risultato di una piega non richiesta a quattro nocche e tre scappellotti. Il bordo irregolare del pozzo gli aveva indolenzito le chiappe. Aveva appoggiato il peso sulla destra e poi sulla sinistra, inspirando senza volerlo troppa aria. Il fetido odore che risaliva dalle pareti ricurve aveva aggredito le sue narici facendole arricciare. Poi l’aveva udito.

Plop.

Un sasso che cade in uno stagno. Una bolla che scoppia in una pentola sul fuoco. Si era guardato intorno

«Occhi da faina! Neri e vuoti!»

ed era solo. Era solo almeno fuori dal pozzo. Si era alzato, sporcando le suole di terriccio. Nella goffa piroetta, l’ultimo boccone era caduto sul bordo e, nella lotta tra durezze, una briciola si era staccata andando a cadere proprio dentro. L’aveva seguita con lo sguardo, certo di sentire il Puff al contatto con la superficie stagnante.

Dapprima pensò a un riflesso, si strofinò gli occhi e poi guardò di nuovo: c’era qualcosa che si muoveva là sotto.

Ossa delle dita. Ossa bianche, nude.

Si strofinò gli occhi con le nocche delle mani, rendendosi cieco per pochi istanti. Poi li riaprì.

Ossa che fendevano l’acqua putrida senza sporcarsi. Restavano candide, in modo innaturale.

Erano morte? Erano morte e si muovevano! Che brutto scherzo doveva avergli fatto il sole, sussurrò con voce lieve per paura che qualcuno lo sentisse.

Mani. Scheletro. Quelle unghie troppo lunghe afferrarono la briciola e la portarono giù.

Plop.

Scomparvero come una falce di luna dietro le nuvole.

Era rimasto a fissare il pozzo, in attesa che accadesse qualcosa. Una qualsiasi cosa, ecco, sarebbe andata bene. Qualcosa che gli confermasse che era tutto vero, che non aveva sognato. Si era tirato un pizzicotto sul braccio così forte da strizzare gli occhi. Si era sporto, rischiando di cadere, sollevando appena i piedi dal terreno, finché due mani lo avevano afferrato per le spalle. Il sinistro scalpiccio si era fatto silenzioso, assorto com’era nei pensieri.

«Eccoti qua, Testa di mestruo».

Per quanto cercasse di nascondersi, lo trovavano sempre. Inferno, Merda, Melma: lì sarebbero dovuti stare Igor, Matteo, Massimo.

«Testa di mestruo, perché ci odi così tanto?»

La sensazione di caldo si espandeva insieme al sangue: partiva dal centro del petto e raggiungeva tutto il corpo. Provava a chiuderla dentro ai pugni. Provava a serrarla come un grido morto nella bocca, nella parte interna della guancia. Mordeva finché arrivava il sangue dal tessuto, e dal tessuto alle labbra. Usciva dalla bocca in un flusso leggero e costante.

«Testa di mestruo, hai già finito la tua merenda?»

*

Giù giù, in fondo al pozzo

qualcuno sente il mio singhiozzo.

Mi sussurra, taci o ti strozzo.

Zitto zitto, o ti sgozzo.

*

La seconda briciola a cadere nel pozzo non cadde per sbaglio come la prima. A esser sinceri, non fu neppure una briciola, ma un pezzo di pane bello grosso. Si chiedeva come fosse possibile, ma sembrava che chi abitava il pozzo – o cosa abitava il pozzo – producesse quel gorgoglio dell’acqua in momenti precisi, quasi sentisse l’odore della sua paura, oppure il fetore che anticipava gli altri mentre si avvicinavano a quel rifugio.

Dunque, quella volta in tre boccate si era fatto fuori più della metà del pranzo. Sarebbe dovuto bastargli almeno fino all’ora di cena, ammesso e non concesso che suo padre si fosse ricordato di lui e di cucinargli qualcosa. Lo schifo, la sensazione di ribrezzo, è come una calamita: attrae a sé anche quello degli altri, e diventa indissolubile con quello che si prova per sé. Stava per affondare il quarto morso, rischiando di graffiare con la crosta secca le gengive. Stava, appunto. Perché di colpo si fermò.

Plop.

Provò a resistere, a non voltarsi

Plop plop.

avvertendo l’urgenza di chi, là sotto, cercava di richiamare l’attenzione. Tutto per un pezzo di pane? Ma chi si poteva divertire a stare a mollo nell’acqua nera di quel pozzo, divorando briciole come un uccellino, nuotando come un pesce? Poteva essere solo un pazzo, sì, se non si dava credito alle voci. O forse una ninfa? Suo padre gli aveva raccontato che una ragazzina della sua età era stata murata viva lì dentro, molti secoli prima, perché si era innamorata dell’uomo sbagliato. Quando andarono a riaprire il pozzo, di lei trovarono solo le ossa, immacolate come la sua pudicizia.

«Testa di mestruo, sai che possiamo aiutarti a far diventare i tuoi capelli più rossi?»

«Oppure color terra, che ne pensi?»

«Una cosa non esclude l’altra, Testa di mestruo. Bisogna sempre accettare l’aiuto degli amici!»

Risero con le loro bocche sdentate. Uno si piegò in avanti sulla pancia, un altro asciugò le lacrime. L’ultimo, fermo in mezzo al terzetto, si bloccò quasi subito. Spalancò gli occhi, farfugliò qualcosa e si voltò. Gli altri lo guardarono allontanarsi e indugiarono prima di seguirlo.

«Per oggi ti è andata bene, Testa di mestruo. Ci vediamo domani per la nuova messa in piega».

Non sarebbero mai scomparsi, neppure oltre l’orizzonte. Anche dopo aver girato l’angolo, in un modo o nell’altro sarebbero sempre rimasti lì, a pochi passi da lui, pronti a picchiarlo. Prima o poi l’avrebbero fatto così forte da ammazzarlo. Sarebbe stato un giorno fortunato, quello: la fine del supplizio. Nel frattempo, avrebbe dovuto allenarsi, o farsi amici potenti, ma lui non era come gli altri che si divertivano a saltare nelle pozzanghere, a rubare qualche spicciolo alle vecchie e a nascondere le lucertole negli zaini delle femmine.

Plop.

Il pozzo ha fame, pensò, prima di gettare con tutta la forza l’ultimo tozzo impreziosito da una fetta di salame. Il pane rimbalzò sulla parete interna – clon clon – un paio di volte. Il ragazzo si sporse, sperando di vedere il momento in cui, arrivato in fondo, il pane avrebbe disegnato dei cerchi concentrici sull’acqua torbida, come un uragano, un vortice nero capace di distruggere tutto.

Quattro dita bianche. No. Cinque. Un pugno che si serra intorno all’oggetto del desiderio e lo trascina negli abissi, dove tutto merita di stare: sotto la superficie, sotto il visibile, l’essenza. Puff. Sparita come era apparsa.

Le gambe di *** – così lo chiamava sua madre prima di andarsene, ma nessuno in città lo faceva più – iniziarono a tremare. Un rivolo caldo scese giù dalle cosce fino alle ginocchia. Cercò di calcolare quanto tempo avrebbe impiegato, dopo essersi tuffato, per raggiungere la fine del pozzo. Non potendo stabilire una risposta, si ritrasse costringendosi a controllare la punta delle proprie scarpe: tendevano appena all’interno, quasi volessero sfiorarsi. Nella vita non esisteva niente di parallelo, pensò. Tutto, prima o poi, era destinato a incontrarsi, e anche lui avrebbe potuto conoscere la creatura del pozzo.

*

Non cibare la creatura.

Non ti inganni l’esile corporatura.

Nella sua tana oscura

Ti guiderà in un’avventura.

*

La terza briciola a cadere nel pozzo fu una fettina di carne troppo cruda. La seguirono uno sputo e un po’ di sangue. Gli era uscito dopo quel pugno sul naso. Non aveva mai provato un dolore così intenso, eppure alla sofferenza c’era abituato. A quella fisica, s’intende, ché di quella interiore non sapeva che farsene. Si finisce per abituarsi a stare male. Diventa “nor-male”. Che sadico doveva essere chi aveva inventato quella parola. Appena appena meno di quei tre.

«Testa di mestruo, questa è solo la colazione!»

Trecentotrentadue passi, perché i salti delle buche erano andati male in un paio di occasioni e una volta aveva anche pestato una bella cacca di cane.

Un pezzo di pane condito con una goccia di olio e tanto liquido rosso.

Plop. Puff.

La mano scheletrica non si era ritratta. Si era avvicinata alle pareti circolari, aveva grattato con un’unghia. Screeeeec. Lo stridio l’aveva costretto a coprire con le mani le orecchie. Così, nel goffo tentativo di rendersi sordo, aveva udito la voce della creatura proprio lì, nella testa.

«Non dovresti lasciare che ti facciano questo».

Si era chiesto se quel cazzotto lo avesse stordito, provocandogli qualche danno al cervello.

«Io posso aiutarti».

Plop.

Aperti gli occhi, liberate le orecchie, si era guardato intorno: l’acqua in fondo al pozzo sembrava più limpida e placida. Un uccello scuro planò a pochi passi da lui, raccolse un’invisibile briciola di pane e volò via. Lo spostamento d’ali gli provocò un brivido che nessun vestito sarebbe stato in grado di temperare.

*

Fame, ha ancora fame;

muove la mestola nel tegame.

Condisce ossa con catrame,

mentre giace nel letame.

*

Plop.

«Testa di mestruo!»

Screeeec.

«Ti sono amica, che cosa credi? Solo perché non puoi vedermi non vuol dire che non ci sia».

Si guardò intorno, poi osservò in basso. Gli parve di scorgere braccia scheletriche alzate al cielo.

«Se tu mi dai da mangiare, io ti posso aiutare più facilmente. Scegli il più grosso, il capo di tutti. Lui mi conosce, perché ero come te. Basta una spinta a uno di quelli».

Forse non dovrebbe più andare al pozzo. Forse è tutto sbagliato. Forse potrebbe tutto finire, basterebbe una spinta, leggera leggera, come quella della brezza che solleva le foglie.

La quarta briciola non arrivò in fondo al pozzo.

*

Grigia come la sabbia,

si alimenta della tua rabbia.

*

Così per qualche tempo si tenne lontano dal suo posto sicuro. Ché sicuro, ormai, non era, perché loro l’avevano scoperto, e sapeva che, qualsiasi cosa abitasse là sotto, quella sarebbe stata lì ad aspettarlo.

Stava passeggiando sulla via di casa, guardandosi intorno per controllare che non sbucassero da dietro una siepe. Sentì le loro risate farsi sempre più forti. E anche se non riusciva a distinguere che cosa stessero dicendo, sapeva che stavano parlando di lui.

Le unghie nere e mangiucchiate affondarono così in profondità il palmo delle mani da farlo sanguinare.

Plop.

In una pozzanghera dall’acqua torbida, proprio lì, ai suoi piedi che si stavano lentamente iniziando a bagnare.

«Ci sono qui io, Pietro. Basta solo una spinta».

C’erano solo le tre sagome, in lontananza, che avanzavano verso di lui.

«Basta solo una spinta e giustizia sarà fatta».

«Ecco Testa di mestruo!», urlò uno di quelli.

La poca acqua iniziò a bollire, i piedi di Pietro a muoversi a salti. Non c’era più nessun animale intorno, e anche le siepi parevano secche. Era già tutto morto lì vicino. Era già tutto morto lì dentro; dentro di lui, dentro di loro. La vita era l’attesa in mezzo al niente e tutti avevano già una gamba oltre la soglia dell’uscita.

«Una spinta!»

«Mestruo!»

La sensazione di caldo dai piedi alle mani e un attimo – l’attimo – la spinta.

4 commenti su “Lo chiamavano “testa di mestruo””

  1. Comincia a definirsi una buona, buonissima spinta stilistica e mi piace un sacco. L’assenza della preoccupazione, spesso troppo frequente, del regalare immagini pronte per il lettore io l’adoro.

    A questo punto oserei dire che, vestendo questo meccanismo, potresti ricominciare a mandarci quanto più possibile e rivisto delle libellule, aspettavo questo momento!

  2. In questo racconto ho trovato diverse frasi che mi hanno colpito, fatto riflettere e mi sono decisamente piaciute tipo questa: A quella fisica, s’intende, ché di quella interiore non sapeva che farsene. Si finisce per abituarsi a stare male.
    Concordo con Tim Burton style, per la precisione mi ricorda un po’ Alice si Tim.
    Surreale ma scorrevole. Bel lavoro

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